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Villa Beccari
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Villa Beccari

Grande emozione il 9 settembre scorso durante la visita a Villa Beccari. Evento organizzato dall'Università di Firenze con la guida del Dr. Paolo Luzzi e l’amabile accoglienza della signora Beccari, moglie del pronipote di Odoardo. La visita, alla quale ho partecipato insieme con gli amici dell’ADiPA, si è svolta attraverso alcune stanze della villa e il giardino e, essenzialmente, ha avuto come oggetto i diversi esemplari di palme che, verosimilmente, sono stati piantati dalle stesso Beccari più di cento anni fa. Tra le più interessanti vi sono senz’altro i tre esemplari del rarissimo Trachycarpus takil, come pure quelli di Nannorrhops ritchiana (nella foto), la grande Jubaea spectabilis e l’eccezionale quanto insolito Trachycarpus caespitosa. Per quanto mi riguarda, ciò a cui tenevo di più, era poter entrare in questo luogo dove ha vissuto ed è morto questo personaggio straordinario che tanto ammiro e di cui tanto ho letto. È stata un’emozione unica riconoscere i luoghi delle foto viste nei libri, camminare per le stanze e immaginare Odoardo mentre passeggia per quel giardino o più banalmente pensare che in questa casa ha soggiornato la “Rani” Lady Margaret, regina di Sarawak e sua cara amica, moglie di Charles Brooke, nipote del mitico James Brooke, il perfido rajah bianco dei racconti di Salgari.
La vita e il lavoro di Odoardo Beccari sono fatti di avventure incredibili ed eccezionali scoperte, poco più che ventenne ha esplorato il Borneo in lungo e in largo accompagnato solo da poche guide locali e vissuto per molto tempo nei luoghi più sperduti di quella regione, soggiornando in una misera capanna sotto la volta della foresta incontaminata. Ha solcato mari infestati dai pirati della Nuova Guinea, ha esplorato Celebes, Giava e le Molucche riportando a casa collezioni straordinarie e a Sumatra ha avuto anche il tempo di scoprire il fiore (o meglio l’infiorescenza) più grande del mondo: l’Amorphophallus titanum. Mai dimenticherò un passaggio del suo libro "Nelle foreste di Borneo" dove, con tutta l’emozione del momento, descrive il suo primo incontro con la foresta vergine:
"In questi luoghi bassi, dove si affondava sino a mezza gamba, svariati erano i tipi di vegetazione, ma più caratteristiche erano le liane, con gli strani tronchi attorcigliati, di apparenza serpentina: strisciavano da prima sul terreno, poi si arrampicavano sugli alberi e ne sorpassavano le cime. Dai nudi tronchi di queste liane si vedevano spesso pendere ciocche di fiori e masse di frutti, che sembravano appese alle corde dell’albero di un bastimento. Arbusti singolari avevano il tronco sorretto da alte radici, quasi cercassero di allontanarsi dal suolo limaccioso. Uno fra gli altri, una nuova specie di Archytaea, dal tronco alto e sottile, sembrava sollevarsi dal suolo sopra alti trampoli. Aveva la chioma intieramente coperta di bellissimi fiori color rosso camelia ed era uno dei pochi alberelli, che sotto l’ombra delle grandi piante portasse fiori a colorito vivace."

2011-09-19 18:42:15

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